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Sangiovese di Romagna

Il Sangiovese di Romagna è il protagonista enologico di una terra generosa, solare ed ospitale, a tratti anche schietta e diretta, come i suoi abitanti. Il rosso qui prodotto riassume queste caratteristiche, assieme alla capacità di coniugare calore, carnosità e consistenza ad una snella e giovanile agilità di beva. Le sue origini sono antiche, testimoniate a partire dal ‘600, e ogni provincia romagnola conserva aneddoti, tradizioni e stili di produzione differenti. Per questo motivo possono essere ammesse in etichetta 12 menzioni geografiche aggiuntive, corrispondenti a diverse aree di produzione. Le versioni più strutturate possono fregiarsi della menzione Riserva dopo un affinamento di almeno 24 mesi, spesso con utilizzo di botti di rovere, mentre quelle più comuni e diffuse sono caratterizzate da freschezza e grande agilità, attributi che favoriscono l’accompagnamento a carni rosse grigliate, salumi e affettati, sempre affiancati dalla tradizionale piadina romagnola.

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Il Sangiovese di Romagna è il protagonista enologico di una terra generosa, solare ed ospitale, a tratti anche schietta e diretta, come i suoi abitanti. Il rosso qui prodotto riassume queste caratteristiche, assieme alla capacità di coniugare calore, carnosità e consistenza ad una snella e giovanile agilità di beva. Le sue origini sono antiche, testimoniate a partire dal ‘600, e ogni provincia romagnola conserva aneddoti, tradizioni e stili di produzione differenti. Per questo motivo possono essere ammesse in etichetta 12 menzioni geografiche aggiuntive, corrispondenti a diverse aree di produzione. Le versioni più strutturate possono fregiarsi della menzione Riserva dopo un affinamento di almeno 24 mesi, spesso con utilizzo di botti di rovere, mentre quelle più comuni e diffuse sono caratterizzate da freschezza e grande agilità, attributi che favoriscono l’accompagnamento a carni rosse grigliate, salumi e affettati, sempre affiancati dalla tradizionale piadina romagnola.

Una classica declinazione regionale

Il Sangiovese Romagna è sicuramente uno dei protagonisti della regione, una delle più celebri e brillanti perle del panorama dei vini Emilia Romagna. La sua storia è antica e strettamente legata al territorio, ma la paternità del vitigno è da sempre contesa tra Toscana e Appennino romagnolo. Il vitigno viene citato per la prima volta dall’agronomo fiorentino Giovan Vettorio Soderini nel Trattato della coltivazione delle viti del 1600. Deporrebbe però a favore della Romagna il primo documento amministrativo rinvenuto: un atto notarile dell’Archivio di Stato di Faenza datato 1672 che fa riferimento ad una donazione di vigne nel territorio di Casola Valsenio.

Secondo la leggenda Papa Leone XII, avrebbe enormemente apprezzato il vino rosso, una produzione locale offertogli dai Frati cappuccini durante la sua permanenza come ospite nel Monastero a Sant’Arcangelo. Alle incuriosite domande dell’illustre ospite i monaci illustrarono l’etimologia del vitigno: “sanguis Jovis”. Dall’importanza di questa tradizione anche il colle su cui sorge la cittadina di Sant’Arcangelo venne rinominato “Colle Giove”. Da sempre prodotto e consumato dai contadini della colline romagnole, nei primi decenni del Novecento era considerato al pari dei blasonati rossi toscani. Venne enormemente apprezzato infatti alla prima mostra-mercato di Siena nel 1933, al pari del celebre Brunello. Il successivo e straordinario successo enologico della Toscana fu la causa di una perdita d’identità a cavallo tra gli anni ’80 e ’90: per imitare i Supertuscan molti produttori ricorsero a lunghi e invasivi invecchiamenti in legno, snaturando così la vera indole del vitigno e del territorio.

Oggi il miglior Sangiovese di Romagna è prodotto da famiglie di vignaioli e da medio-piccoli produttori che, da almeno un decennio, si sono fortemente impegnati nella valorizzazione della sua vera identità. Rispetto al loro corrispettivo toscano, le espressioni romagnole sono meno potenti e strutturate, più fini, freschi e sottili, caratterizzate da buona facilità di beva. In ogni territorio può assumere caratteristiche leggermente differenti, strettamente legate alle condizioni pedoclimatiche e alle tradizioni locali.

Le menzioni geografiche previste in etichetta

Questa tipologia è tutelata dalla denominazione Romagna Doc, istituita nel 2011 al posto della precedente e più specifica Doc con lo scopo di includere altri vitigni autoctoni come Trebbiano, Cagnina e Pagadebit. La denominazione copre tutte le province del territorio (Ravenna, Forlì, Cesena e Rimini) e, in più, 7 comuni della provincia di Bologna. Questo disciplinare ammette l’indicazione di Sangiovese di Romagna Superiore in condizioni di resa massima delle uve di 10,5 t/ha, a patto che esca in commercio non prima di 6 mesi dalla data di vendemmia. La Riserva può uscire in commercio solo dopo due anni dalla vendemmia e con almeno 6 mesi di affinamento in bottiglia.

Sono ammesse anche menzioni geografiche aggiuntive, corrispondenti a 12 sottozone romagnole: Bertinoro, Brisighella, Castrocaro, Cesena, Longiano, Marzeno, Meldola, Modigliana, Oriolo, Predappio, San Vicinio e Serra. Le espressioni in cui compare in etichetta questa menzione devono avere una resa massima di uva per ettaro inferiore e un affinamento di almeno 12 mesi. È prevista anche la combinazione con la menzione di Riserva dopo un affinamento di 3 anni. La sottozona di Bertinoro ammette solo la versione Riserva. Le uniche zone non comprese in questa suddivisione sono i territori collinari di Imola e di Rimini, compresi però sempre nel disciplinare generico.

Le differenze tra le sottozone sono innanzitutto pedoclimatiche e riguardano la composizione dei terreni e le altitudini, ma anche le tradizioni locali hanno un peso determinante. Nelle zone di Oriolo e Marzeno, per esempio, le produzioni sono contrassegnate da grande freschezza, eleganza, facilità di beva e tonalità balsamiche. A Bertinoro i rossi sono più caldi, morbidi e concentrati, mentre a Predappio troviamo le interpretazioni più robuste, austere e strutturate. Appartengono a quest’ultima sottozona celebri etichette come il Sangiovese di Romagna Drei Donà, ottenuto unicamente dalle pregiate uve di un singolo vigneto, oppure il “Vigna del Generale” di Nicolucci.

Dalla piada al castrato, i migliori abbinamenti

Ogni espressione predilige differenti abbinamenti. In generale le più giovani e fresche possono accompagnare carni bianchi condite, come coniglio o pollo alla cacciatora, formaggi non troppo stagionati e, soprattutto, prosciutti e insaccati. Il miglior abbinamento territoriale è quello con la piadina con salumi e affettati, meglio se ottenuti dalla Mora Romagnola, un’antica razza suina autoctona delle campagne di Ravenna e Forlì. Anche l’abbinamento con i ciccioli freschi o secchi, ottenuti dalla torchiatura del grasso di maiale, è un’esperienza gastronomica di strettissima aderenza territoriale. Valide alternative sono offerte dalla saporita salsiccia romagnola, dalla bistecca di lonza cotta nel latte oppure dal tipico formaggio squacquerone.

Le espressioni più evolute e strutturate sono invece indicate con carni rosse alla brace e arrosti, con insaccati molto saporiti come la coppa di testa o il sambudello oppure con formaggi stagionati come il prestigioso formaggio di Fossa. È canonico l’abbinamento con la carne di pecora, spesso aromatizzata con aglio e rosmarino, e in particolare con il castrato, ‘e castré’ in dialetto. Si tratta di grosse bistecche ottenute dal maschio castrato della pecora, di norma ben cotte sulla griglia. Questi sono solo alcuni esempi di abbinamenti territoriali, ma le possibilità sono infinite, anche perché questa tipologia enologica ha una grande vocazione gastronomica che la rende eccezionalmente versatile.

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